Le lezioni “Romoli e Dressi Fortuna” Monfalcone le ha già imparate e applicate, basta guardare l’intervento di risanamento del quartiere di Panzano.
Quando il degrado di un’area urbana è generato dall’invecchiamento della popolazione e dall’assenza di manutenzione del patrimonio edilizio (proprio perché le persone anziane non proiettano nulla al di là delle proprie aspettative di vita e le risorse a loro disponibile spesso sono ridotte) con una rarefazione demografica, allora l’intervento di risanamento urbano è noto, conosciuto e lo schema d’intervento è già collaudato. Così è successo per Gorizia e per il centro di Trieste, come per lo stesso quartiere di Panzano.
Diverso è il caso del centro di Monfalcone dove il fenomeno deve essere ancora del tutto compreso per poi tentare delle strategie d’intervento adeguato ma non così banale come quello descritto sopra.
Il centro urbano di Monfalcone sta degradando rapidamente con fenomeni di affollamento urbano, un affollamento, tuttavia, che, a causa della crisi, potrebbe assumere altri risvolti e subire un’ulteriore modificazione.
Il centro si è svuotato degli abitanti locali per “riempirsi” di altro. Anni fa, quasi venti, all’arrivo dei “trasferisti” (modifica della produzione in Fincantieri e rapida imitazione di altre attività produttive locali) la gente di Monfalcone si era accorta che “affittare un letto” a questi “trasferisti” rendeva e che un modesto appartamento poteva contenere dai cinque e più letti. Questo “commercio”, spesso in nero, non dichiarato o dichiarato solo parzialmente, rendeva tanto da riuscire a pagare un mutuo e più per metter su casa da altra parte, in periferia.
Il passaggio dai trasferisti agli extracomunitari “legali” il passo è stato breve.
Questa modalità di sfruttamento del patrimonio immobiliare porta spesso con se una ridotta manutenzione degli immobili, ridotta proprio perché la resa deve essere massima e non c’è “conservazione” del valore dell’immobile.
Una fase successiva ha portato alla vendita dell’immobile e, quando questo è avvenuto, i nuovi inquilini stranieri avevano capito il meccanismo: compero l’appartamento con mutuo, mi concentro con la famiglia in una stanza e affitto “a letto” ad altri dal cui ricavato recupero il costo del mutuo.
Questo fenomeno, tuttora in atto, porta il centro ad un’alta densità di stranieri non sempre rilevabili per numero e, forse, più noti alla questura (se sono rispettate ancore le regole avviate dall’antiterrorismo dei tempi delle brigate rosse) che non all’anagrafe del comune.
Presenze straniere e abitudini diverse per cultura e per costume portano a “gridare” al degrado avviato, voluto, ricercato dagli abitanti locali che hanno curato il proprio interesse privato senza alcuna attenzione alla comunità. Ora, a chi amministra la comunità viene richiesto di risanare il problema con fantasia, iniziativa e risorse.
Affrontiamo anche un altro problema, quello delle “foresterie” che le varie aziende, grandi e piccole, hanno in città. Tutte queste formule di occupazione del patrimonio edilizio, per loro definizione curano molto poco la manutenzione dell’immobile e si pongono sul territorio come degli “affittacamere” di livello medio basso. La proprietà privata è tutelata dalla nostra legge e nulla è possibile imporre che non sia secondo le leggi sanitarie e del codice civile.
Ecco descritto un quadro dove è difficile intervenire, dove è impossibile espropriare, dove la cura degli spazi pubblici e dei servizi non sono sufficienti ad avviare un recupero del degrado edilizio e dove non è conveniente ad alcuna iniziativa privata ad intervenire neanche raddoppiando la cubatura e la convenienza della rendita perché, il patrimonio edilizio esistente anche se degradato, già rende molto.
Cosa svuoterà il centro? Cosa permetterà l’intervento del pubblico supportato dall’interesse dell’impresa privata? Che proposta può superare la situazione attuale?
La crisi, probabilmente, ha ridotto la presenza “esterna” anche se non si sa di quanto. La situazione economica generale ha portato già ad un cambio della tipologia di “esterni” in città, con usi e costumi diversi ma sempre con un affollamento del centro che è il posto dove trovano più conveniente ad insediarsi temporaneamente e a minor costo complessivo (costo dell’affitto, costo dei trasporti, costi generali e dei servizi che spesso sono del tempo libero). Le prospettive di queste presenze sono prospettive o limitate nel tempo o precarie per cui l’investimento sulla propria presenza è ridotto al minimo e utilizzando al massimo tutti i servizi presenti sul territorio.
Questa situazione definita o definibile di degrado del centro urbano di Monfalcone è un fenomeno non noto e non affrontato dalle esperienze di Gorizia e di Trieste e tanto meno trova riscontro in altre parti della Regione anche se, a dire il vero, la presenza di extracomunitari in città non registra i tassi più alti ma superava di poco il 15% mentre nell’area pordenonese si tocca anche il 18% o 19%.
Ecco, su questo quadro si deve ragionare soprattutto riconoscendo come è stato avviato il fenomeno, su come l’industria (grande o piccola) abbia fatto le proprie scelte senza pensare agli effetti che avrebbero prodotto fuori dalla fabbrica e senza pensare che tutti i guai prodotti dai privati debbano essere risolti dalla comunità e pagati con i soldi della comunità.